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Costi di produzione: calcolo e pezzo buono

Christian Fieg Head of Sales

Pubblicato ottobre 20266 min di lettura

Indice
    Autore: Christian Fieg · Ultimo aggiornamento: ottobre 2026

    I costi di produzione sono il valore delle risorse impiegate per realizzare un prodotto: materie, lavoro, macchine e la quota di costi indiretti che si può attribuire al prodotto. Per il bilancio d'esercizio italiano il riferimento è l'articolo 2426 del codice civile con il principio contabile OIC 13 sulle rimanenze. Seguono ciò che entra nel costo di produzione secondo i materiali universitari, un esempio con due criteri di riparto e la differenza fra il costo del pezzo buono e il costo diviso per i pezzi avviati.

    Che cosa comprende il costo di produzione

    Secondo le slide dell'Università di Bari (corso di Ragioneria Applicata, A.A. 2023-2024) il costo di produzione comprende tutti i costi direttamente imputabili al bene e, per la quota ragionevolmente imputabile, altri costi relativi al periodo di fabbricazione. I costi diretti sono le risorse impiegate in modo esclusivo per il prodotto, come materie prime, manodopera diretta e macchinari specifici. I costi indiretti riguardano risorse usate per più prodotti o la cui identificazione non è conveniente: stipendi, ammortamenti, manutenzioni. Le slide precisano che si includono i costi indiretti industriali e si escludono, salvo eccezioni, quelli amministrativi, commerciali, di ricerca e sviluppo e gli oneri finanziari. I costi di distribuzione non possono mai essere computati.

    Il coefficiente di imputazione, sempre secondo queste slide, è il totale dei costi indiretti diviso per un'unità della base di imputazione, per esempio le ore di manodopera diretta.

    Direct costing e full costing

    Una dispensa della LIUC Università Cattaneo elenca i metodi di calcolo dei costi. Il calcolo a soli costi variabili (variable costing, detto anche direct costing semplice) attribuisce al prodotto i soli costi che variano con i volumi. Sottratti dai ricavi danno il margine di contribuzione, da cui i costi fissi vengono dedotti in blocco. Nel full costing, o absorption costing, si imputano al prodotto tutti i costi, fissi e variabili, specifici e comuni; per la parte non attribuibile direttamente servono criteri di riparto. La dispensa nomina anche un metodo intermedio, il direct costing evoluto, che aggiunge i costi specifici dell'oggetto di calcolo. Il confronto cambia anche il segnale per l'azienda: con i soli costi variabili si pone l'enfasi sull'efficienza e sui volumi di vendita, con il costo pieno sui volumi di produzione.

    Nell'esempio sotto con i due criteri di riparto stiamo quindi calcolando un costo pieno: i 1.200 euro di indiretti finiscono tutti sugli ordini. Con il solo costo variabile quella quota non comparirebbe e il confronto fra le due basi non avrebbe oggetto. Quale configurazione serva dipende dalla decisione: il costo pieno per valorizzare i prodotti, il margine di contribuzione per valutare un ordine aggiuntivo. Questa scelta è nostra, non della dispensa.

    Un esempio con due criteri di riparto

    I dati seguenti sono inventati per il calcolo. Nel mese si eseguono due ordini con costi indiretti industriali per 1.200 euro.

    Voce Ordine A (200 pz) Ordine B (150 pz)
    Materiali diretti2.000 €1.500 €
    Manodopera diretta600 €900 €
    Ore macchina40 h10 h
    Indiretti, base manodopera (1.200 / 1.500 = 0,8)480 €720 €
    Costo ordine, base manodopera3.080 €, 15,40 €/pz3.120 €, 20,80 €/pz
    Indiretti, base ore macchina (1.200 / 50 h = 24 €/h)960 €240 €
    Costo ordine, base ore macchina3.560 €, 17,80 €/pz2.640 €, 17,60 €/pz

    L'ordine B costa 20,80 euro al pezzo con una base e 17,60 con l'altra. Se gli indiretti del reparto sono soprattutto lavoro delle macchine, la seconda base rispecchia meglio la causa. Il criterio va scelto per il reparto e documentato. Cambiarlo ogni mese rende i costi non confrontabili.

    La capacità normale

    Le slide di un corso della Sapienza di Roma (lezione del 2015, confronto fra IAS 2 e OIC 13 nella versione di allora) confrontano due regole. Per lo IAS 2 i costi generali fissi si attribuiscono sulla base della normale capacità produttiva e l'importo per unità non aumenta per una bassa produzione; le spese generali non attribuite sono rilevate come costo. Per il principio italiano di allora le slide indicano la ripartizione con percentuali basate su un volume previsto di spese a un livello normale di produzione. La normale capacità produttiva è descritta come la potenzialità dell'impianto con ragionevoli livelli di efficienza, a prescindere dagli ordini, ed è inferiore alla capacità massima teorica perché toglie i fermi. Poiché l'OIC 13 è stato rivisto dopo il 2015, per un bilancio vale il testo vigente e non queste slide. L'esempio seguente segue la logica della capacità normale a scopo di calcolo gestionale.

    Nel nostro esempio i costi fissi indiretti del reparto sono 240.000 euro l'anno e la capacità normale è di 4.000 ore. L'aliquota è 240.000 / 4.000 = 60 euro all'ora. Se si lavorano 3.400 ore, restano 600 ore non coperte: 600 × 60 = 36.000 euro vanno a conto economico e non nel costo dei prodotti. Se si ripartissero tutti i 240.000 euro sulle 3.400 ore, il costo orario salirebbe a 70,59 euro e un anno debole farebbe apparire più cari i prodotti che non ne sono la causa.

    Perché il costo di produzione conta per le rimanenze

    Le slide dell'Università di Cagliari definiscono le rimanenze come valori economici legati a processi produttivi non ancora conclusi alla fine del periodo, rinviati all'esercizio successivo, e distinguono materie, merci e prodotti. Il costo di produzione serve a valorizzare questi prodotti a fine anno. Ne segue che più alta è la quota di costi indiretti attribuita, più alto è il valore del magazzino e più basso il costo dell'esercizio. Per questo il criterio di riparto non è una questione solo interna.

    Il costo del pezzo buono

    Un lotto richiede 1.200 euro di materie, 600 di manodopera e 400 di macchina, in totale 2.200 euro. Dei 1.000 pezzi avviati ne escono 950 buoni. Il costo per pezzo buono è 2.200 / 950 = 2,32 euro, mentre dividere per 1.000 darebbe 2,20 e nasconderebbe gli scarti nel denominatore. Gli importi sono d'esempio. Un eventuale valore di recupero degli scarti e il costo di lavorazioni ulteriori cambiano il calcolo e vanno trattati secondo il metodo contabile scelto.

    Tempi e scarti come dati di ingresso

    SYMESTIC registra i tempi degli ordini, le quantità e gli scarti per causa. Sono dati di partenza per il calcolo, non una politica contabile. La demo può mostrare come collegare tempi reali e scarti a un ordine preciso. Le aliquote e i criteri di riparto non diventano corretti solo perché escono da un sistema.

    Fonti

    1. Università di Bari: Le rimanenze, Ragioneria Applicata A.A. 2023-2024 (slide)
    2. LIUC Università Cattaneo: Analisi dei costi, variable costing e full costing (dispensa)
    3. Sapienza Università di Roma (R. Acernese): IAS 2 e OIC 13, le rimanenze, lezione 2015
    4. Università di Cagliari: Slide sulle rimanenze di magazzino

    Voci correlate: OEE

    L'autore
    Christian Fieg
    Christian Fieg
    Head of Sales di SYMESTIC. Oltre 25 anni in MES e digitalizzazione della produzione, Six Sigma Black Belt, progetti MES globali (in precedenza iTAC, Dürr, Visteon). · LinkedIn
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